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Senza Respiro — Capitolo 3: La sera

Capitolo 3 di 3 — ultima anteprima gratuita di «Senza Respiro». Recuperi il capitolo 1 e il capitolo 2 se te li sei persi.

La chiave nella serratura fa lo stesso rumore da undici anni.

Un clic, poi mezzo giro, poi lo sportello che cede con una leggera resistenza — la porta si è gonfiata nell’umidità dell’inverno del 2021 e non è mai tornata esattamente come prima. Lo so senza pensarci. Lo so come so dov’è l’interruttore della luce senza cercarlo, come so che il secondo gradino della scala interna cigola, come so tutto di questa casa nel modo in cui si sanno le cose che non si guardano mai.

Sono le 22:17.

Spengo il telefono in tasca — l’ultima call è finita in treno, tre minuti fa, una questione di budget MedCore che si è trascinata per quaranta minuti e che si poteva risolvere in dieci se Rodrigo di Madrid avesse letto le linee guida invece di interpretarle. Ho partecipato ai tre quarti della conversazione guardando fuori dal finestrino. Il nodo si è risolto da solo, come si risolvono quasi sempre i nodi che si trascinano abbastanza a lungo.

In ingresso le scarpe di Matteo sono sul pavimento, affiancate ma non nei posti giusti — una è dentro l’apertura del mobiletto, l’altra è girata verso il muro. Sofia è ordinata; Matteo disperde oggetti come se il disordine fosse una forma di marcatura del territorio. Sposto la scarpa. Non so perché lo faccio.

In salotto la luce è quella della lampada bassa accanto al divano. Giulia è lì con un libro aperto sulle ginocchia e un bicchiere di vino bianco sul tavolino, quasi vuoto. Non alza gli occhi subito.

“Ciao,” dico.

“Ciao.” Adesso alza gli occhi. “Hai mangiato?”

“No.”

“C’è pasta al forno in frigo. Devi scaldarla.”

“Ok.”

Vado in cucina. La pasta al forno è nella teglia coperta con la pellicola, un post-it sopra: “20 min 180°, oppure microonde 4 min”. La grafia è di Giulia — la “g” con il cerchio che non si chiude, una cosa che ho notato la prima volta che mi ha scritto un biglietto, vent’anni fa. Porto la teglia al microonde. Quattro minuti.

Mentre aspetto apro il telefono. Ci sono due messaggi di Chiara — un aggiornamento sull’attivazione Helios e una domanda sulla call di domani mattina. Rispondo alla domanda: “Sì, conferma per le 9.” La notifica su Teams lampeggia tre volte mentre scrivo, qualcosa dal gruppo MedCore che non apro.

Il microonde suona.


Mangio al tavolo della cucina. Giulia viene a sedersi di fronte a me con il bicchiere di vino — lo stesso che aveva in salotto, ne resta un dito. Si siede in quel modo che ha di appoggiarsi allo schienale con le braccia incrociate, non chiuso, solo comodo.

“Com’è andata?” chiede.

“Lunga.” Forchettata. “La call con Madrid non finiva. Rodrigo non ha letto le linee guida.”

“Rodrigo è quello di Madrid.”

“Sì. Quello che—” mi fermo. Le ho già raccontato di Rodrigo. Non ricordo quando, ma gliene ho parlato perché il nome le è noto. “Comunque si è risolto.”

“Bene.”

Mangio. La pasta è buona — la fa con la besciamella e le melanzane, una ricetta di sua madre. Per un po’ non si parla. Non è un silenzio pesante. È quello che succede quando entrambi siete stanchi e sapete già la forma approssimativa della giornata dell’altro.

“La recita di Matteo ieri sera è andata bene,” dice Giulia.

Ieri sera. Mercoledì. La recita di Matteo.

“Com’era?” dico.

Pausa di un secondo. “Non ci sei venuto.”

“Lo so. La review con Legal non—”

“Lo so, Luca.” Non è detto con rabbia. È detto con la stanchezza di chi ha già finito di essere arrabbiata su quella cosa lì. “Sto solo dicendo com’è andata. È andata bene. Aveva una parte piccola ma l’ha fatta bene.”

“Matteo ha fatto bene?”

“Sì.”

“Glielo dico domani mattina.”

“Gliel’ho già detto io.”

Forchettata. Il telefono vibra sul tavolo — lo tengo a faccia in giù, questo lo faccio, questa regola ce l’ho. Ma lo sento vibrare e so che è una delle notifiche del gruppo MedCore che non ho aperto. Lo so perché le notifiche di Teams fanno una vibrazione sola, e quella ne fa due, che è il pattern di un messaggio diretto.

Non lo giro.

“Sta dormendo?” chiedo.

“Matteo? Sì. Sofia anche.” Una pausa. “Sono le 22 passate, Luca.”

“Lo so.”

Giulia prende l’ultimo sorso di vino. “Domani mattina puoi portare Sofia a scuola? Io ho una call alle 8.”

“A che ora?”

“8:15.”

“Ho la call con Chiara alle 9. Ce la faccio.”

“Ok.” Si alza, porta il bicchiere al lavandino. “Buonanotte allora.”

“Aspetta, mi siedo anche io.”

“Finisci di mangiare.”

“Ho quasi finito.”

Porto il piatto al lavandino, lavo velocemente, la seguo in salotto. Giulia si è rimessa sul divano, ha riaperto il libro. Ne legge mezzo minuto in silenzio mentre mi siedo accanto a lei. Il libro è uno di quelli con la copertina di tela rossa — non so il titolo, non ho mai chiesto il titolo. Ha un foglietto come segnalibro, fatto di carta strappata da qualcosa.

“Di che parla?” chiedo.

Abbassa il libro. Mi guarda. “Gliene ho parlato la settimana scorsa.”

“Sì, lo so, ma non ricordo bene.”

“Una donna che eredita una casa in Bretagna e scopre che sua nonna aveva una seconda vita.” Una pausa. “L’avevo già detto.”

“Sì.” Non lo ricordavo. “Sembra bello.”

“È bello.”

Sta per rialzare il libro. Dico: “Come stai, tu?”

Lo dice piano, senza alzare gli occhi dalla pagina: “Stanca.”

“Per il lavoro?”

“Per tutto.”

Non rispondo. Non so cosa rispondere a “per tutto” — è una risposta che non ha una domanda di follow-up ovvia, che non ha un’azione corrispondente, che sta lì e aspetta qualcosa che non so dare adesso. Ci resto un momento seduto accanto a lei. Sento il respiro, le pagine, il frigorifero che ronza dalla cucina.

Il telefono vibra di nuovo.


Non lo prendo. Quello no.

Ma a un certo punto — non so quando, forse cinque minuti dopo, forse dieci — mi rendo conto che sto guardando lo schermo spento del telefono sul tavolino invece di guardare Giulia. Stavo pensando alla riunione di domani, al deck di Chiara, alla call delle 9, e intanto il mio sguardo si era posato sullo schermo del telefono come su un oggetto neutro.

Giulia sta parlando.

Non so da quanto. Sta dicendo qualcosa sul cliente del logo — il pediatra con le pareti grigio cemento, di cui avevamo riso ieri sera, o forse l’altro ieri. Sta dicendo che ha mandato tre proposte e il cliente ne vuole una quarta, “una cosa più calda ma non troppo calda, sai?” e c’è nel suo tono qualcosa di leggermente esasperato e leggermente divertito insieme, quel tono che ha quando il lavoro è frustrante ma non troppo, gestibile.

Io non so da quando sta parlando.

“Scusa,” dico. “Cosa dicevi?”

Si ferma. Un secondo. “Niente. Non importa.”

Riabbassa gli occhi sul libro.

“No, dimmi—”

“Luca.” Non è sgridata. È definitiva. “È tardi. Lascia perdere.”

Resto seduto ancora qualche minuto. Il libro gira pagina. Il frigorifero ronza. Fuori c’è il rumore di una macchina che rallenta e riparte.

“Vado a dormire,” dico.

“Vai.”


In camera al buio aspetto.

Non è una cosa che faccio intenzionalmente. È semplicemente quello che succede: mi sdraio, il telefono sul comodino, la stanza buia, e aspetto che il respiro di Giulia cambi. Diventa più lento, più regolare, con quella piccola pausa tra un’espirazione e l’altra che non ha quando è sveglia. Ci vogliono forse venti minuti.

Poi prendo il telefono.

La notifica che vibrava due volte era di Rodrigo. Un messaggio diretto, non il gruppo: “Luca, pensandoci ancora, credo che la lettura delle linee guida che ho io sia corretta. Puoi mandarmi il documento originale?” Ho già risposto a questa domanda in call. Rodrigo ha accettato la risposta in call. Adesso, tre ore dopo, riapertura. È un pattern di Rodrigo: accetta nella discussione, poi riprocessa da solo e torna.

Rispondo: “Il documento è nella cartella condivisa, sezione MedCore/Guidelines/v3. Ti ho già mandato il link questa mattina. La lettura concordata in call è quella corretta.” Mando. Poi aggiungo: “Ne riparliamo domani se serve.” Non ne parleremo domani. O se ne parleremo sarà la stessa conversazione.

Apro il laptop. La luce dello schermo è troppo forte — abbasso la luminosità al minimo, ma anche così la stanza cambia. Mi sposto verso il bordo del letto, quello più lontano da Giulia.

Ho un documento aperto: “Helios_Activation_Plan_v2_rev1.xlsx”. Lo ha mandato Chiara nel pomeriggio, con una nota: “Ho incorporato le modifiche di ieri sera. Guarda soprattutto tab 3 (Digital Roadmap) e tab 7 (KPI Framework).” Ho guardato tab 3 in treno. Tab 7 no.

Apro tab 7. Il KPI Framework di Chiara è costruito con quattro metriche principali e otto secondarie. Le metriche principali sono corrette. Le secondarie hanno un problema: due di esse misurano la stessa cosa — reach e unique reach — come se fossero indicatori distinti, il che gonfierà artificialmente il reporting nella fase di mid-campaign. Bisogna consolidarle in una metrica sola con nota metodologica, altrimenti nel Q2 review sembrerà che il piano sovra-performa su un asse che non esiste.

Creo un commento nel file. Poi mi fermo.

Potrei mandarla a Chiara adesso. Ma sono le 23:40 e il commento richiederà una risposta e la risposta richiederà un’altra revisione e saremo in loop fino all’una. Oppure posso fissarla io. Ci vogliono dodici minuti — ho già in testa come strutturare la nota metodologica. Dodici minuti e il documento è corretto, domani Chiara arriva alla call con la versione giusta senza dover discutere il perché.

Faccio la cosa rapida.

Lavoro sul documento. La luce dello schermo illumina la metà sinistra del soffitto. Giulia respira regolare. Una volta si gira, muove un braccio, poi si ferma. Non si sveglia.

Alle 00:58 salvo il file. Mando a Chiara: “Ho rivisto tab 7. Guarda nota metodologica su reach. Ci sentiamo alle 9.” Chiudo il laptop.

Mi sdraio nel buio. Il telefono dice che sono le 00:59.

Non ci metto molto ad addormentarmi — uno dei vantaggi della stanchezza vera: il momento in cui smetti di lavorare e il momento in cui perdi conoscenza quasi coincidono. Non c’è il lungo bordo sveglio che alcune persone descrivono, la mente che gira — o non ancora.

Domani la sveglia è alle 6:00.


Al mattino Giulia è già in cucina quando scendo. Ha la tuta da casa, i capelli ancora sciolti, il caffè sul fornello. Sta guardando il telefono — qualcosa di breve, un messaggio o una notifica — poi lo appoggia e si volta.

“Sofia è sveglia?” chiedo.

“Si sta alzando. Devi essere a scuola per le 8:15.”

“Ok.” Prendo una tazza. “Il caffè è pronto?”

“Un minuto.”

Restiamo in cucina in silenzio. Il caffè bolle. Sofia arriva con la divisa mezza slacciata e le scarpe in mano, ancora mezza addormentata — dodici anni e il modo di muoversi nel sonno è ancora quello di quando ne aveva sei.

“Papà,” dice, senza stupore particolare.

“Ciao tesoro. Mettiti le scarpe.”

“Non riesco con il laccio.”

“Siediti qui.”

Mi inginocchio sul pavimento della cucina e annodo il laccio della scarpa sinistra di mia figlia. C’è qualcosa nel peso della scarpa in mano, nel calore del piede dentro, che entra in una frequenza che non uso mai durante il giorno. Non lo chiamo niente. Lo lascio stare.

“L’altra,” dice Sofia.

Annodo l’altra scarpa.

“Grazie papi.”

“Prego.”

Mentre la porto a scuola in macchina — sette minuti, quattro incroci, parcheggio in doppia fila davanti al cancello come tutti — Sofia mi racconta qualcosa di una compagna di classe che ha detto una cosa a un’altra compagna e adesso c’è una situazione complicata che coinvolge tre persone. Io guido. Dico “sì” e “ah” nei posti giusti. Al cancello lei scende, si gira, dice “ciao papi” e scompare tra gli zaini.

Resto in macchina qualche secondo. Poi accendo il telefono.

Chiara ha già risposto: “Perfetto! Grazie come sempre! ☺ A dopo!”

Rimetto in moto.


Il treno delle 8:24 è più pieno di quello delle 6:47. Posti tutti occupati, devo stare in piedi fino a Greco. Tengo il telefono con una mano e il palo con l’altra. Scorro Teams. Il gruppo MedCore ha sei messaggi nuovi. Rodrigo non ha più scritto — ha letto la mia risposta delle 23:40, ha messo una reazione con il pollice, e ha smesso. Bene.

C’è un messaggio di Andrea. “Dai Luca, stasera si esce? Ho prenotato da Baffo per otto persone, un posto c’è.” Andrea ha smesso di aspettare la mia disponibilità e ha cominciato a prenotare e poi a chiedermi. È una strategia più efficace, lo ammetto.

Stasera. Guardo il calendario: riunione alle 18:00 con Bauer sul piano media Q4. Probabilmente finisce alle 19:30. Da Baffo ceniamo alle 20:00. È fattibile, se la riunione non va lunga.

Scrivo: “Provo. Dipende da una riunione alle 18. Ti dico entro le 17.”

Andrea risponde in quaranta secondi: “Ok! Ma stavolta non sparire eh.”

Metto via il telefono. A Greco si libera un posto. Mi siedo. Il treno accelera verso Centrale.

Fuori dal finestrino Milano scorre — i cavalcavia, i capannoni, i palazzi residenziali con i balconi chiusi. Resto fermo per trenta secondi, forse quaranta. Il grigio del cielo si sta schiarendo verso est, una striscia più chiara sopra i tetti.

Poi apro Outlook.

Trentaquattro email dall’ultima volta che ho guardato, che era alle 23:40.

Mi metto al lavoro.


Qui finisce l’anteprima gratuita. Luca, Giulia, Chiara — la loro storia continua per altri 27 capitoli, e la trovi solo dentro Burnout Club: il libro completo (tutti e 31 i capitoli) è incluso nel tesseramento, sbloccato subito — non a puntate. Scopri come tesserarti.