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Senza Respiro — Capitolo 1: Lunedì

Capitolo 1 di 3 — anteprima gratuita di «Senza Respiro». Il romanzo di Burnout Club sta per uscire: ogni lunedì per tre settimane pubblichiamo un capitolo. Non l’hai ancora fatto? Iscriviti qui per ricevere i prossimi via email.

Il treno parte alle 6:47. Io sono già al lavoro dalle 6:23.

Ho il laptop aperto sul tavolino ribaltabile — quelli stretti, di plastica grigia, che vibrano ogni volta che il convoglio prende velocità e fanno traboccare il caffè se non ci fai attenzione. Ho imparato a non farci attenzione. Ho quattro finestre aperte: Outlook, Teams, Chrome con sei tab, e un documento Excel che si chiama “Helios_Budget_v14_FINALE_rev3.xlsx”. La “rev3” è di ieri sera, ore 23:47. Il “FINALE” è la terza volta che lo scrivo in tre settimane.

Teams ha tre thread aperti da ieri sera. Uno è di Chiara: “Luca, puoi rivedere la deck per domani? Ho inserito i nuovi numeri ma non sono sicura del narrative.” Rispondo mentre il treno supera Sesto San Giovanni. “Guardo tra dieci minuti.” Ci sto guardando adesso. La deck è buona. Chiara è brava. Il “narrative” — così lo chiama lei, senza articolo, come se fosse una parola italiana — è corretto. Modifico due slide, aggiungo una nota, mando. Ore 6:31.

Il secondo thread è di Bauer. “Reminder: kickoff MedCore domani mattina 8:30, sala Omega. Portate energy ☀️.” Bauer usa le emoji nelle mail di lavoro. È Managing Director da cinque anni. Ho smesso di chiedermi il perché.

Il terzo thread è un gruppo chiamato “Helios Core Team – URGENT 🔥” in cui undici persone si sono scritte per due ore dopo che me ne sono andato dall’ufficio. Il tema era se il font del claim principale dovesse essere 14 o 16 punti. Hanno deciso 15. Nessuno ha pensato di dirmelo: mi hanno solo aggiunto al thread per archivio.

Scrivo “Ok, grazie!” e metto un pollice su.

Sono bravo in questo — non più che nel marketing farmaceutico, ma in questo in modo particolare: nel tenere tutto in aria contemporaneamente: le conversazioni, i numeri, i caratteri delle persone, le gerarchie tacite di chi può dire cosa a chi in quale riunione. È come tenere in mano un mazzo di carte con i guanti, nel buio, senza che nessuno veda che stai facendo attenzione. La gente che lavora bene sembra distratta. Sto lavorando bene.

Il treno rallenta alla fermata di Greco. Salgono persone con il cappotto ancora abbottonato, gli occhi stretti, i telefoni già in mano. Li guardo per tre secondi — questo è il mio momento di pausa, qua, tra una stazione e l’altra — poi torno al documento.

“Helios_Budget_v14_FINALE_rev3.xlsx.”

Helios è il lancio più grande della mia carriera. Antidolorifico di nuova generazione, molecola con un buon profilo di sicurezza, studi clinici solidi — non brillanti, solidi. Efficacia superiore al placebo del diciotto percento su dolore neuropatico moderato. Nel comunicato stampa diventerà “innovazione terapeutica che ridefinisce la gestione del dolore cronico”. Quindici anni fa avrei avuto un problema con questa frase. Ora la scrivo io.

Il budget è diciassette virgola tre milioni di euro. Di questi, quattro virgola due vanno in media digitale, tre virgola uno in eventi, due virgola sette in medical education. Il resto è “various” — voce che in tutti i budget farmaceutici contiene cose che è meglio non dettagliare troppo. Ho chiesto una volta. Bauer ha detto “trust the process, Luca”.

Sto ricontrollando la riga 47 — rimborsi congressi, categoria B, limite pro capite — quando arriva la notifica. Outlook. Mittente: no-reply@vantagem-people.com. Oggetto: “Vantagem Wellbeing Pulse Survey — La tua opinione conta! 💙”

L’email era arrivata ieri sera alle 23:04. L’ho compilata alle 23:06.

“Su una scala da 1 a 10, quanto ti senti supportato dal tuo manager nel mantenere un sano equilibrio tra vita lavorativa e personale?” Ho messo 7. È onesto. Bauer mi chiede come sto ogni venerdì mattina. Non aspetta la risposta, ma la domanda la fa.

“Hai vissuto situazioni di stress significativo nelle ultime due settimane?” Ho messo “raramente”. La parola “raramente” nel contesto di questa domanda è un’opera d’arte semantica di cui sono giustamente orgoglioso.

L’email di questa mattina è il reminder automatico per chi non ha ancora risposto. Io ho già risposto. Sono efficiente anche nella cura del benessere aziendale.

Il treno entra in Centrale.


Esco dal binario e sono nel flusso. Milano Centrale alle 7:14 è un organismo a sé: migliaia di persone che si muovono con la velocità esatta per non scontrarsi, che ignorano i cartelli, che sanno dove sono i bar e quali code si smaltiscono prima. Faccio parte di questo organismo da undici anni. So che il bar al binario 11 ha i cornetti freschi fino alle 7:30 e che la coda alla caffetteria del secondo piano si svuota in meno di tre minuti tra le 7:10 e le 7:25. Conosco Centrale meglio di quanto conosca molte persone.

Prendo il caffè al bancone. Non il cornetto — ho smesso i cornetti a gennaio, o forse a febbraio, nell’ambito di un piano di ottimizzazione delle abitudini che includeva anche alzarmi venti minuti prima, ridurre lo schermo del telefono la sera, meditare cinque minuti al mattino. Il telefono lo uso ancora la sera. La meditazione è durata quattro giorni. I venti minuti in più li ho convertiti in tempo di risposta email. Il caffè l’ho tenuto.

Il caffè al bancone dura quarantacinque secondi. Li conto. Mi sono sempre piaciuti questi quarantacinque secondi: sono il tempo esatto in cui posso permettermi di non fare niente. Poi l’azzurro del bicchierino finisce, pago con il telefono, esco.


L’ufficio di Vantagem è al decimo piano di un palazzo su Viale Cassala. Open space, circa duecento postazioni, vetrate su tre lati, piante ogni sei metri che nessuno annaffia perché l’annaffiatura è nella gestione dello stabile e lo stabile ha un contratto con una ditta che viene ogni due settimane. Le piante sopravvivono. Come tutti noi.

Arrivo alle 7:38. Ci sono già una trentina di persone. Questo è il momento migliore della giornata: l’open space è abbastanza vuoto da sembrare uno spazio dove si pensa, abbastanza pieno da non sembrare deserto. I soffitti sono alti, le luci LED sono accese a piena potenza — non esistono regolazioni intermedie, o le accendi tutte o le spegni tutte — e il rumore di fondo è solo il climatizzatore e qualcuno che parla sottovoce al telefono dall’altra parte dello spazio.

Mi siedo alla mia postazione. Non ho una postazione fissa — siamo in smart working policy, il che significa che in teoria chiunque potrebbe sedersi ovunque, e in pratica ognuno si siede sempre nello stesso posto e la sedia di Luca è la sedia di Luca da tre anni. Ha un cuscino lombare che ho portato da casa. È l’unica personalizzazione ammessa dal regolamento spazi. Ho controllato.

Apro il laptop. Si sincronizza con lo schermo esterno. Quattro finestre, le stesse del treno. Più il calendario.

Il calendario di oggi:

08:30 — Kickoff MedCore integrazione (sala Epsilon, 2h) — obbligatorio

10:30 — Weekly Helios Core Team (Teams) — lead: io

12:00 — Pranzo con Lorenzo Masi, MedCore Marketing Nordeuropa

14:00 — Budget review Q3 con Bauer (sala Delta, 1h)

15:30 — Call Copenhagen (Teams) — primo contatto team nordeuropeo

18:00 — Fine giornata dichiarata

Le giornate dichiarate finiscono alle 18:00. Le giornate effettive finiscono quando il lavoro finisce. Il lavoro finisce intorno alle 20:30, poi riprende alle 23, poi la mattina alle 6:23.

C’è una certa geometria in questo. La capisco. La conosco a memoria. E — questo è il punto che la maggior parte delle persone non capisce — mi piace.

Non nel modo in cui piace una vacanza o un concerto o il profumo del caffè appena fatto. Nel modo in cui piace risolvere un problema difficile, nel modo in cui piace sentire il meccanismo girare. La complessità di tenere insieme Helios e MedCore e il team di Chiara e le aspettative di Bauer e i numeri del board europeo e i tempi di Legal e i corridoi di Compliance — è una complessità che capisco. Dentro questa complessità so chi sono. So cosa fare. So come muovermi.

Fuori da questa complessità sono meno sicuro.

Ma adesso sono dentro. Sono alle 7:38 di lunedì mattina, ho il calendario davanti e un caffè in mano — il secondo, già — e la giornata è una sequenza di problemi risolvibili in ordine di priorità. Questo è il momento in cui mi sento più me stesso.

Sara, la mia assistente, arriva alle 7:50 con un foglio stampato. Sara ha trentadue anni e stampa ancora i fogli. Non glielo chiedo più di non farlo: ha una memoria fotografica per i dettagli verbali e una resistenza totale ai sistemi digitali, e il trade-off è assolutamente a suo favore.

“Buongiorno. Il kickoff MedCore è stato spostato in sala Epsilon, non Omega. Omega ha un problema con il proiettore. E Lorenzo Masi ha scritto ieri sera: non può venire a pranzo, propone giovedì.”

“Giovedì ho la call con Londra.”

“Lo sa. Ha detto giovedì pomeriggio.”

“Metti venerdì.”

“Venerdì lei è a Milano Bicocca per il convegno.”

“Metti la settimana prossima.”

“Ok. Altro: ha ricevuto una mail da HR su un’iniziativa di leadership coaching per i senior manager. Rispondo che accetta?”

“Di cosa si tratta?”

“Cinque sessioni di un’ora con un coach esterno. Tema sustainable leadership.”

La guardo. Lei mi guarda. Sa già la risposta.

“Di’ che valuterò appena ho un attimo libero.”

“Come sempre.” Lo scrive senza cambiare espressione. Poi aggiunge: “Ha anche una mail da sua moglie. Al suo indirizzo di lavoro. Oggetto: cena sabato, conferma.”

Non rispondo al telefono di Giulia da giovedì. Non ricordavo della cena di sabato.

“Ok. La gestisco io.”

Sara torna alla sua postazione. Apro la mail. “Ciao, sei vivo? Sabato ceniamo dai Moretti, ci sei? Matteo vuole sapere se vieni alla sua recita mercoledì.” La recita di Matteo. Mercoledì ho tre call e la review con Legal.

Scrivo: “Ci sono per sabato, per mercoledì vedo. Un bacio.” Mando. Riapro il calendario.


Il kickoff MedCore dura due ore e diciassette minuti. La sala Epsilon ha dodici sedie, un proiettore funzionante e un climatizzatore bloccato a sedici gradi. Dopo venti minuti metto la giacca.

Bauer introduce l’integrazione con l’energia che mette in tutte le cose: mani aperte sul tavolo, contatto visivo distribuito equamente, frasi corte e declarative. “Questa è un’opportunità enorme. Il mercato nordeuropeo ci apre a un potenziale di trenta milioni di euro nei prossimi tre anni. Il team MedCore porta competenze che noi non abbiamo. Il nostro compito è integrare, non assorbire.” Pausa. “Luca guiderà il marketing integration workstream.”

Tutti guardano me. Annuisco con la faccia di chi ha già pensato a tutto, anche se sul progetto ho solo le slide di onboarding che mi ha mandato Sara venerdì e i venti minuti di analisi sul treno stamattina.

“Ho già iniziato a mappare i touchpoint,” dico.

Bauer sorride. “Esatto. Questo è il mindset.”

Seguono due ore di presentazioni: struttura MedCore, portfolio prodotti, KPI attuali, overlap con Vantagem. Prendo appunti su tutto. Faccio domande precise, al momento giusto. Quando Jan Eriksson, direttore marketing di Copenhagen, presenta i dati di mercato nordeuropeo, noto un’incongruenza nel calcolo della market share nel segmento over-65. Non lo fermo in riunione: mando una nota a Sara perché me lo ricordi per la call delle 15:30.

Alle 10:47 siamo fuori. Eriksson mi stringe la mano. “Speriamo di lavorare bene insieme,” dice in inglese con accento svedese molto pulito.

“Assolutamente, sono molto ottimista,” rispondo.

È la cosa giusta da dire. Lo penso davvero? Non lo so. È troppo presto.


La weekly Helios Core Team inizia alle 10:30 e io arrivo alle 10:52 perché il kickoff è andato lungo. Ci sono undici persone su Teams, tre in sala. Chiara ha già iniziato. Quando apro la finestra vedo che sta presentando le slide che le ho revisionato sul treno stamattina.

“Eccoci, Luca è online,” dice qualcuno.

“Scusate il ritardo. Kickoff MedCore. Vai avanti, Chiara.”

Le slide sono buone. I numeri reggono. Il media plan è aggressivo ma difendibile. Nella parte sul digital ci sono scelte che non avrei fatto io ma che hanno senso nell’economia della campagna. Chiara è più brava di me sul digital. Lo sa. Lo so. Il problema è che lo sa in un modo che sta cominciando a includere la convinzione di essere più brava di me in tutto.

Non è il momento per questo pensiero. Lo metto da parte.

Alle 11:43 la weekly finisce. Dodici minuti prima del previsto.

“Ottimo lavoro,” dico. “Mandiamo il recap a market access entro domani.”

“Già fatto,” dice Chiara.

“Perfetto.”

Chiudo Teams. Apro Outlook. Quarantatré email nuove dall’inizio della riunione.

Il pranzo con Masi salta. Mangio un panino alla scrivania: prosciutto cotto e formaggio su rosetta, bar al piano di sotto. Lo stesso di ogni lunedì da un anno e mezzo. Una scelta efficiente: non devo pensarci, non devo scegliere, non perdo tempo. La parola “efficiente” la uso molto. A volte me la ritrovo in testa riferita a cose che non dovrebbero esserlo.


Alle 14:00 entro in sala Delta con Bauer. Budget Q3: i numeri sono buoni su Helios, la proiezione MedCore è ottimistica ma difendibile, la voce “various” è cresciuta del dodici percento rispetto al Q2. Bauer guarda questa voce per due secondi. Non dice niente. Io non dico niente.

“Come vedi il closing dell’anno?” chiede.

“Forte. Se il lancio Helios va come previsto, chiudiamo sopra target del cinque percento.”

“Sei sicuro?”

“No. Ma è la proiezione migliore con i dati che ho.”

Bauer annuisce. Gli piace quando dico queste cose: capisce che il numero è affidabile proprio perché non lo presento come certezza. Questo è uno dei meccanismi che ho imparato. Adesso è solo come funziono.

La call Copenhagen inizia alle 15:30. Jan Eriksson, Maja, Anders, un consulente esterno di cui non capisco il nome. Parliamo di integrazione dei processi, di timeline, di budget consolidato. Il mio svedese è zero, il loro italiano è zero, l’inglese è lo spazio comune in cui cerchiamo di stare.

Eriksson è competente. Maja è silenziosa ma ogni volta che parla dice qualcosa di preciso. Anders ha un’agenda parallela che non capisco ancora.

A metà call tiro fuori la questione della market share over-65. “Jan, nella presentazione di stamattina il denominatore è il mercato totale analgesici, ma se guardiamo solo il segmento neuropatico il numero cambia in modo significativo.”

Silenzio di tre secondi. “Hai ragione. È un errore nel modello. Mandiamo la versione corretta.”

“Grazie.”

Dopo la call Sara mi manda un messaggio Teams: “Anders ha scritto a Bauer in copia nascosta per ringraziarlo del meeting. Non ti ha copiato.”

Lo sapevo già dal modo in cui Anders ha chiesto le slide di presentazione prima della call. “Ok,” rispondo.


Sono le 19:23. L’open space si è svuotato nell’ultima ora — rimangono forse quindici persone, i monitor accesi, il climatizzatore ancora a sedici gradi. Ho chiuso le email urgenti, mandato il recap a market access, risposto alle note di Legal con tre domande che richiedono risposta entro mercoledì.

Chiudo il laptop. Lo metto in borsa. Saluto Sara, che è ancora alla scrivania.

“Vai a casa,” le dico. “Sono le sette e mezza.”

“Tra dieci minuti,” risponde. Lo dice ogni sera.

Il treno per tornare parte alle 19:42. È meno pieno di quello delle 6:47, ma meno comodo: le persone sono stanche, i sedili occupati, il wifi funziona peggio. Apro il telefono — sul treno del ritorno, solo telefono, questa è la regola che mi sono dato. Il laptop rimane in borsa.

Sei notifiche Teams, quattro email, un messaggio di Giulia (“rientri per cena?”), uno di Andrea (“uscissimo una sera questa settimana?”), uno di Bauer (“ottima giornata, domani kickoff MedCore fase 2 — 9:00, portate energia!”).

Rispondo a Bauer. A Giulia scrivo “Sono sul treno, arrivo verso le 20:30.” Ad Andrea scrivo “Questa settimana è difficile, prossima?” Ad Andrea scrivo questa cosa da sei settimane. Lui continua a chiedere, io continuo a rimandare. È un equilibrio.

Il treno lascia Centrale alle 19:42. Guardo fuori dal finestrino per un minuto esatto — il secondo momento di pausa della giornata, dopo i quarantacinque secondi al bancone. Il cielo sopra Milano è ancora chiaro a quest’ora: una striscia di arancione basso sopra i tetti, oltre i cavalcavia della tangenziale.

Poi riapro Teams.


Giulia è sveglia quando arrivo. Matteo è in camera — la luce filtra sotto la porta, musica appena percettibile. Sofia dorme già. Il cibo è in forno, coperto con alluminio: pasta al forno, ancora calda.

“Come è andata?” chiede Giulia.

“Bene. Intensa.” Mi siedo. La pasta è buona. “Kickoff MedCore stamattina, poi Helios, poi Copenhagen. Bauer è soddisfatto.”

“Bene.”

Mangiamo. Giulia mi racconta qualcosa di un cliente che non ha capito una sua proposta grafica. La ascolto — a un certo punto mi rendo conto che sto fissando il bordo del piatto e il filo della conversazione si è allentato da qualche parte che non so indicare.

“…e quindi ho rifatto tutto da capo,” sta dicendo.

“Che rottura,” dico.

“Sì.” Una pausa. “Stavi sentendo?”

“Certo.”

Giulia non risponde. Raccoglie i piatti.

Dopo cena busso alla porta di Matteo. Apre di dieci centimetri. “Ciao.” — “Ciao.” — “Com’è andata?” — “Bene.” — “La scuola?” — “Bene.” — “Ok. Buonanotte.” — “Buonanotte.”

Sedici secondi.

Giulia sta leggendo in camera. Mi faccio la doccia. Mi siedo sul bordo del letto.

“Dormi già?”

“No.” Il libro è ancora aperto.

“Domani ho il kickoff fase 2 alle nove.”

“Ok.”

“Probabilmente rientro tardi.”

“Ok.”

Il libro non si chiude. Spengo la luce dal mio lato. Il telefono lo appoggio sul comodino, schermo in giù — terza regola — ma so che è lì. Alle 23:11 lo riprendo. C’è una risposta di Legal alle mie tre domande. Ne rispondo una. Le altre due le gestisco domani.

Alle 23:47 salvo “Helios_Budget_v14_FINALE_rev3.xlsx” e lo chiamo “Helios_Budget_v14_FINALE_rev4.xlsx”.

Il treno delle 6:47 non è mai in ritardo.

Io ho la sveglia alle 6:00.


Il capitolo 2 esce lunedì prossimo. Iscriviti alla lista per non perderlo e per essere tra i primi tesserati quando il club apre.