Capitolo 2 di 3 — anteprima gratuita di «Senza Respiro». Se ti sei perso il primo capitolo, lo trovi qui. Non sei ancora in lista? Iscriviti per ricevere l’ultimo capitolo gratuito e l’apertura del tesseramento.
La mattina della presentazione mi sveglio alle 5:47, tredici minuti prima della sveglia.
È il modo in cui mi sveglio quando c’è qualcosa di importante: il cervello decide da solo che ha dormito abbastanza e si accende. Lo chiamo modalità operativa. L’app di sleep tracking la chiama “risveglio prematuro ricorrente” e suggerisce di “lavorare sui rituali serali per favorire un sonno più profondo”. Questo suggerimento mi arriva ogni mattina da sei settimane. Lo ignoro ogni mattina da sei settimane.
Sono le 5:47 e so già com’è strutturata la giornata al minuto: 6:15 treno, 7:20 ufficio, 7:20–9:30 preparazione finale, 9:30 sala Keplero con i tecnici AV per i test proiettore, 10:00 board europeo. Quattro ore da adesso.
Ho lavorato a questo deck per undici settimane.
Non è il mio primo lancio. Ho gestito sei lanci negli ultimi dieci anni, quattro dei quali erano prodotti in cui credevo fino a un certo punto e due in cui credevo abbastanza. Helios è diverso. Helios è il lancio su cui Bauer ha costruito la narrativa della “trasformazione digitale” di Vantagem Italia, il progetto su cui il board europeo tiene gli occhi, il momento in cui io smetto di essere “un buon direttore marketing regionale” e divento qualcosa che non so ancora nominare ma che include il termine “europeo” nel titolo.
Sono le 5:52, l’acqua è ancora fredda, e quello che mi passa per la testa non lo chiamo ambizione. Lo chiamo traiettoria.
Giulia dorme ancora. Matteo dorme. Sofia dorme. La casa è silenziosa nel modo in cui è silenziosa solo alle sei di mattina — non il silenzio serale che è anche il silenzio di chi non parla, ma il silenzio vero, organico, senza storia. Faccio il caffè cercando di non fare rumore. Bevo in piedi davanti alla finestra. Fuori è ancora buio.
Sul treno riapro il deck per l’ultima volta. Novantadue slide. So a memoria il contenuto di ognuna, l’ordine degli argomenti, le transizioni, le pause. So dove ridere — una battuta nella slide sull’epidemiologia del dolore cronico, calibrata per far sembrare il board più rilassato di quanto non sia. So dove rallentare — i dati clinici, perché il board europeo non vuole essere travolto, vuole sentirsi competente. So dove accelerare — il piano media, perché lì i numeri sono la parte meno difendibile e la velocità è una forma di confidenza.
Ho fatto tre simulazioni questa settimana. Una davanti a Sara, che ha preso appunti su un foglio stampato. Una davanti a Bauer, che ha detto “perfetto” dopo sedici minuti e si è alzato. Una da solo in sala Keplero alle 20:30 di mercoledì, parlando alle sedie vuote, cronometrandomi.
Cinquantotto minuti. Il board ha un’ora.
Il treno entra in Centrale alle 7:14. Ho ancora due ore e quarantasei minuti.
L’ufficio alle 7:20 è quello che preferisco: vuoto, le luci ancora a regime ridotto, solo il suono del climatizzatore. Mi siedo, apro il laptop, e per venti minuti non faccio niente di nuovo — leggo le ultime email del board che non richiedono risposta, controllo che la versione finale del deck sia quella giusta nella cartella condivisa, verifico che Sara abbia mandato i materiali stampa alla reception.
Tutto è a posto. Tutto è sempre a posto quando ci lavoro io.
Sara arriva alle 7:50. “Buongiorno. I badge per gli ospiti board sono pronti alla reception. Il catering è confermato per le 12:30. La sala Keplero ha il proiettore funzionante — ho fatto controllare ieri sera.”
“Ieri sera?”
“Alle 19:00. Ho chiamato la facilities.”
La guardo. “Grazie.”
“Prego. Vuole che le porti un altro caffè?”
“Sì.”
È il terzo.
Alle 9:15 mi alzo per andare a fare il test AV in sala Keplero. Prendo il laptop, prendo le note, prendo la giacca che avevo posato sulla sedia — non la indosso mai fino a quindici minuti prima di entrare in sala, perché le giacche si sgualciscono se stai seduto con la giacca. Questo lo so da una presentazione del 2019 in cui ero arrivato davanti al board con la giacca sgualcita sul fianco sinistro e per trentasei minuti avevo avuto la sensazione che tutti lo guardassero.
In corridoio passo davanti alla scrivania di Chiara. Non c’è. Il suo laptop è aperto, una tazza di caffè a metà. È in riunione o al bagno. Mi fermo un secondo — c’è una notifica Teams visibile sullo schermo, il nome di un destinatario che non dovrei vedere da questa distanza ma vedo lo stesso: “Fiona R., Head of Marketing UK.”
Non ci penso. Cammino verso sala Keplero.
Il test AV dura venti minuti. Il proiettore funziona, le slide si aprono correttamente, l’audio per il Q&A remoto è calibrato. Sono le 9:37. Mancano ventitré minuti all’inizio.
Mi siedo su una delle sedie del board — non quella dove mi siederò io, quella di fronte, dove si siederà Hendrik Maas, il Chief Commercial Officer europeo — e rileggo le prime tre slide. Il rito della rilettura mi porta in uno stato specifico: concentrato, calmo, presente. È come un atleta che si scalda non perché il corpo ne abbia bisogno ma perché il gesto dice al cervello che sta per succedere qualcosa.
Il telefono vibra. Teams. Chiara.
“Luca, ho mandato i materiali pre-read agli stakeholder UK come mi avevi chiesto. Ho usato la versione del deck di lunedì, spero vada bene.”
Apro la mail inoltrata. C’è un PDF allegato: “Helios_Strategy_Presentation_Pavan_Ferri.pdf”.
Lo apro.
È il mio deck. Novantadue slide, layout identico, contenuto identico. Il titolo di copertina è cambiato: non “Helios Go-to-Market Strategy | Vantagem Italia” ma “Helios Go-to-Market Strategy | Developed by C. Pavan & L. Ferri.” Il suo nome per primo.
La cover non è stata cambiata per il board — quella versione è solo per gli stakeholder UK, che non partecipano alla presentazione e non hanno un confronto. È una mossa chirurgica: costruirsi visibilità esterna con il lavoro altrui senza rischio di contraddizione interna.
Rimango fermo sulla sedia per quattro secondi. Conto i secondi. Non è un modo di dire.
Poi apro il deck originale nella cartella condivisa. Vado alla slide 3 — la slide dei credits, che di solito contiene solo “Vantagem Italia Marketing Team”. Aggiungo una riga: “Project lead: Chiara Pavan (Digital Strategy) & Luca Ferri (Campaign Architecture).”
Salvo. Mando un messaggio a Chiara: “Ho aggiornato i credits nel deck ufficiale. Buona visibilità.”
Lei risponde dopo quaranta secondi: “Grazie Luca! ☺”
Non le ho detto che ho visto il PDF con il suo nome per primo. Non le ho chiesto spiegazioni. Non ho sollevato niente. Ho sistemato la cosa in modo che non diventasse una cosa e sono andato avanti.
Non lo chiamo capitolazione. Lo chiamo gestione delle energie.
Sono le 9:52. Indosso la giacca. Entro in sala.
Il board europeo di Vantagem è composto da undici persone distribuite tra la sala fisica di Milano e tre finestre Teams — Londra, Amsterdam, Zurigo. In sala ci sono Bauer, il CFO italiano Giorgio Mantovani, il direttore medico-scientifico Petra Hoffmann, e due rappresentanti del board che non conosco ma il cui peso specifico nella stanza è immediatamente leggibile dalla posizione che hanno scelto: al centro, non vicino alla porta.
Hendrik Maas è su Teams da Amsterdam. Ha cinquantadue anni, capelli bianchi, una giacca grigia e l’abitudine di tenere le mani giunte visibili in camera per tutta la durata delle riunioni. Ho letto tre interviste che ha rilasciato nell’ultimo anno. So che preferisce dati a narrative, che interrompe se trova imprecisioni, che è più interessato al ritorno sull’investimento che all’innovazione in sé.
Ho costruito le prime dieci slide pensando a Maas.
Bauer mi introduce. “Luca guida il nostro marketing da quasi sei anni. Quello che vedrete oggi è il risultato di undici settimane di lavoro strategico che ridefinisce il modo in cui Vantagem comunica l’innovazione terapeutica.” Una pausa calibrata. “Luca.”
Mi alzo. Il laser pointer è leggero in mano, lo tengo tra indice e medio, non nella mano chiusa — un dettaglio che ho imparato da una formazione sul public speaking nel 2018 e non ho mai smesso di applicare.
“Grazie Riccardo. Buongiorno a tutti — in sala e in remoto. Quello che condividerò oggi è la strategia di lancio di Helios per il mercato italiano, costruita su tre pilastri: evidenza scientifica, posizionamento differenziante, e un piano di attivazione che supera la logica della campagna tradizionale. Userò cinquantotto minuti. Lascio i due minuti finali per domande — per quelle più sostanziali resto disponibile nel Q&A allargato delle 12.”
Pausa di due secondi. Il ritmo delle prime frasi è sempre importante: troppo veloce segnala tensione, troppo lento segnala incertezza. Due secondi tra apertura e prima slide è il tempo giusto per far capire che non sono né teso né incerto.
“Iniziamo dall’epidemiologia.”
Non racconterò ogni slide. Non perché la presentazione non sia importante — è la cosa più importante che faccio quest’anno — ma perché le presentazioni al board sono tutte uguali nel modo in cui i concerti sono tutti uguali: la struttura è sempre quella, quello che cambia è se sei in forma o no.
Sono in forma.
Lo sento al quarto minuto, quando Maas annuisce per la prima volta. Lo sento al diciassettesimo, quando Petra Hoffmann — che di solito interviene per contestare le semplificazioni dei dati clinici — scrive qualcosa sul blocco davanti a lei. Lo sento al trentaquattresimo, quando faccio la battuta sull’epidemiologia e i tre in sala ridono e anche Maas sorride, il che su Teams è equivalente a una standing ovation.
C’è un momento, intorno alla slide 67 — il piano media digitale — in cui sento qualcosa che non so descrivere meglio di così: la stanza è mia. Non nel senso del potere, non nel senso della performance. Nel senso che ogni persona in quella stanza sta seguendo un filo che tengo io, e il filo non si spezza. È la sensazione che ricordo da certi esami universitari in cui sapevo tutto, da certe partite di calcetto in cui il corpo faceva da solo quello che la testa chiedeva. Non la soddisfazione del risultato — è troppo presto per quella — ma la sensazione durante, che è un’altra cosa.
Finisco alle 10:56. Quattro minuti prima.
“Domande?”
Maas parla per primo. Ha tre domande: una sui dati di comparazione con il principale competitor, una sul budget per il canale congressuale, una sulla timeline di attivazione nel caso in cui il lancio venga anticipato di sei settimane per ragioni regolatorie. Rispondo a tutte e tre con i numeri che ho preparato — li avevo preparati entrambi come “domande probabili di Maas” nella terza simulazione, mercoledì in sala Keplero.
La seconda domanda la gestisce Petra Hoffmann, che integra la mia risposta con dati dagli studi estesi. Non me l’aspettavo. È un segnale che si è schierata, almeno per questo progetto.
Alle 11:14 Bauer chiude. “Credo di parlare a nome di tutti dicendo che questo è il lavoro più solido che abbiamo portato a un board europeo negli ultimi tre anni. Hendrik, possiamo procedere con l’approvazione?”
Maas. Due secondi. “Approvato. Complimenti al team.”
Approvato.
Dopo il board c’è quello che chiamo il tempo di decompressione: venti minuti in cui il corpo non sa ancora che è finita e continua a girare al regime da presentazione. Bevo acqua. Rispondo ai messaggi di congratulazioni che arrivano su Teams — sei in dieci minuti, tutti con qualche variante di “ottimo lavoro”. Bauer mi stringe la mano in sala e dice “lo sapevo” come se avesse avuto dubbi che io non sapevo.
Mantovani, il CFO, mi ferma in corridoio. “Ferri, quel punto sul ROI del digital nel secondo anno — il modello regge sotto stress test?”
“Regge fino al meno quindici percento sul conversion rate.”
“E sotto?”
“Sotto il meno quindici smette di reggere, ma sotto il meno quindici abbiamo altri problemi.”
Mantovani annuisce.
Torno alla mia postazione. C’è un messaggio di Sara: “Complimenti! Ho ordinato il catering. C’è anche una bottiglia di prosecco se vuole festeggiare con il team.” Una bottiglia di prosecco, ore 11:30, in un open space con duecento persone. Non succederà. “Grazie Sara, teniamo il prosecco per il lancio ufficiale,” scrivo.
Mi siedo. Apro Outlook. Quarantuno email.
C’è anche un messaggio di Chiara: “Luca sei stato STRAORDINARIO!! Il board non ha mai avuto un’approvazione così rapida!! Non vedo l’ora di lavorare alla fase di attivazione insieme!” Tre punti esclamativi. Chiara usa i punti esclamativi come io uso i dati: per supportare una tesi.
Rispondo: “Grazie. Cominciamo domani con il kick-off attivazione. Ho già mandato l’agenda a Sara.”
Non nomino il PDF. Non nomino il nome in copertina. Non c’è niente da nominare: ho aggiornato i credits, lei ha ringraziato, la cosa non esiste più come problema. Questo è gestire le energie.
Alle 12:45 mangio qualcosa — il panino al piano di sotto, prosciutto e formaggio, rosetta — davanti allo schermo, guardando le trentasette email rimanenti.
La sensazione della stanza mia dura fino alle 14:00 circa. Poi si dissolve nel modo in cui si dissolve sempre: un’email complicata, una call urgente, la prima delle cose che aspettavano che finisse la presentazione per arrivare. Alle 14:00 sono di nuovo Luca Ferri, Senior Marketing Director, con un deck approvato e trentatré email a cui rispondere.
Quella sera torno a casa alle 20:15. È presto, per i miei standard del periodo.
Giulia sta lavorando al tavolo della cucina — blocchi di schizzi, il laptop con un progetto grafico aperto. Alza gli occhi. “Come è andata?”
“Il board ha approvato.”
“Oh.” Una pausa. “Bene. Sono contenta.”
“Grazie.” Mi siedo dall’altra parte del tavolo. “Cosa stai facendo?”
“Il logo del nuovo studio. Devono aprire a settembre, vogliono qualcosa che sembri ‘contemporaneo ma rassicurante’. Un ossimoro, ma sono loro che pagano.”
Sorrido. “Contemporaneo ma rassicurante. Tipo un pediatra con le pareti grigio cemento.”
“Esattamente. Con la scritta in Helvetica.”
Ridiamo. È un momento breve — trenta secondi, forse quaranta — in cui siamo nello stesso posto nello stesso modo. Poi il mio telefono vibra sul tavolo e lo guardo per riflesso, anche se non lo prendo.
Giulia torna al blocco di schizzi.
“Matteo è in camera?” chiedo.
“Sì. Ha mangiato. Ha un’interrogazione domani.”
“Di cosa?”
“Storia. Seconda guerra mondiale.”
Annuisco. Dovrei andare a bussare alla sua porta, dirgli qualcosa sulla storia, chiedergli se ha studiato. Mi alzo, vado al corridoio, busso.
“Chi è.”
“Papà. Come va con la storia?”
Una pausa. “Bene.”
“La seconda guerra mondiale?”
“Sì.”
“Ok. In bocca al lupo domani.”
“Grazie.”
Torno in cucina. Giulia sta ancora disegnando. Mi siedo. Prendo il telefono — tre notifiche Teams, una email da Legal. Rispondo alla email di Legal, che è urgente. Poi apro le notifiche Teams. La terza è di Chiara: ha già mandato una bozza di piano attivazione per domani mattina. Undici slide, preparate stasera dopo la fine del board.
Le guardo. Sono buone. Non altrettanto buone di quelle che avrei fatto io, ma buone. La slide 4 ha un’imprecisione nel calcolo del reach — uso la stima alta invece di quella conservativa, che è più difendibile. Glielo scrivo: “Slide 4 — usa stima conservativa sul reach, è più robusta in Q&A. Resto.”
Chiara risponde in tre minuti: “Certo! Grazie del feedback!”
Rientro in cucina alle 22:40. Giulia ha finito e sta leggendo in salotto.
“Vieni a dormire?” chiede.
“Tra poco.”
Mi siedo al tavolo dove lavorava lei. Apro il laptop. Guardo il deck di Chiara un’altra volta. Correggo la slide 4 io stesso, perché è più rapido che aspettare la sua versione domani. Salvo e richiudo.
Alle 23:15 vado a dormire.
Il board ha approvato. È stato un buon giorno.
L’ultimo capitolo gratuito esce lunedì prossimo. Dopo, il resto della storia è solo per chi si tessera a Burnout Club. Iscriviti qui per non perderlo.